giovedì 4 ottobre 2012

Luang Prabang, Patrimonio dell’Umanità

[Laos]  ll cuore storico e culturale di Luang Prabang è rappresentato da una penisola di circa un chilometro di lunghezza e 250 metri di larghezza formata dalla morbida confluenza del Mekong con il suo piccolo affluente, il fiume Khan. La cittadina è disseminata di splendidi templi, se ne contano 32, che l’hanno fatta diventare Patrimonio dell’Unesco.

E’ molto bello muoversi tra le raffinate architetture dei monasteri laotiani, le silenziose strade costellate di palme da cocco, le tipiche case in legno di bamboo e gli eleganti edifici neocoloniali, che testimoniano l’influenza del periodo di occupazione francese. I modi estremamente gentili della popolazione locale, costituita da Hamong, Mieu e Thai, e l’ottimo cibo, insieme alle numerose pasticcerie, completano il quadro di un posto decisamente piacevole. Ci sono persino le classiche baguette francesi, erano ben tre settimane che non vedevamo una briciola di pane.

Arriviamo nella città da Luang Nam Tha dopo nove ore di minibus su strade di montagna prevalentemente sterrate e piene di buche. Piove, tanto per cambiare, e bagnati fradici, con l’impermeabile usa e getta per proteggere gli zaini, cerchiamo una stanza. Ne vediamo sei prima di decidere. In tutte, per entrare, bisogna togliersi le scarpe già prima della reception, peggio che in Cina, una palla a cui dobbiamo per forza adattarci.

In un negozio vediamo la guida inglese “Lonely Planet” del Laos: ne abbiamo bisogno perché non esiste ancora il pdf da comprare in internet e per otto euro ci sembra un vero affare. Ci accorgeremo dopo che è un falso thailandese, con le mappe fotocopiate decisamente male, ma comunque funzionale. I thailandesi riescono veramente a falsificare di tutto, un italiano ci ha mostrato una patente di guida italiana falsa, a suo nome, pagata a Bangkok 15 $.

Durante il pomeriggio esce un bel sole e ne approfittiamo per visitare i templi più importanti, a cominciare dal Wat Xieng Thong del 1559, dai colori viola e oro, e caratterizzato da più tetti posti uno sopra l’altro. Quasi ogni tempio ha un monastero annesso, con una miriade di monaci molto giovani. Li osserviamo in un’aula mentre attendono l’arrivo dell’insegnane, tutti con la loro tunica arancione e la testa perfettamente rasata, vivaci come tutti bambini del mondo.

Saliamo poi in cima alla collina di Phu Si, piena di templi e statue buddhiste, per osservare dall’alto il Mekong che attraversa la città. Il panorama è molto bello e ancora non deturpato dai grandi palazzoni in cemento che invadono invece la capitale. Solo alberi, basse case coloniali francesi e i cortili dei monasteri, dove brillano le tuniche arancioni dei monaci stese ad asciugare al sole.

Lunag Prabang è comunque molto turistica, anche se i clienti sono ben nascosti dentro le tante guest house. Da qui si può andare facilmente ovunque, sembra di essere al centro del mondo. Ci sono infinite agenzie che pubblicizzano autobus quotidiani per Hanoi (Vietnam), Thailandia, Kunming (Cina) e Cambogia, fornendoti tutti i visti necessari, anche quello birmano. Il visto per il Vietnam, che in Italia devi sudarlo, qui te lo fanno in un giorno con soli 60 dollari, mentre servono solo due giorni per quello cinese.

Verso sera aspettiamo il tramonto sul grande fiume, con una LaoBeer e melanzane fritte, mentre in lontananza le barche risalgono faticosamente il fiume con i motori che brontolano per la fatica. Tornando verso “casa” assistiamo alle preghiere serali dei monaci che rimbombano dai templi e ci fermiamo con loro per questo momento di serenità. E’ strano come la preghiera, più di qualsiasi altro rito, si assomigli in tutte le religioni del mondo: tu, sei solo con te stesso e con qualcosa di Grande davanti a te, che sia Buddha, Cristo, Allah, Confucio o qualsiasi altra cosa, cambia poco.
Giovani monaci nell'aula di un monastero buddhista
Il Mekgong e Luang Prabang visti dalla collina di Phu Si
Wat Xieng Thong dai colri viola e oro
Tra le braccia del Buddha

mercoledì 3 ottobre 2012

Nella foresta con gli Akka

[Laos]  Luang Nam Tha è poco più di un villaggio lungo la strada principale, ha comunque una buona struttura ricettiva con guesthouse economiche e pulite, tutte fornite di zanzariere sia alle finestre che sopra il letto, una doppia sicurezza certamente utile. In Laos la malaria è endemica e del tipo più pericoloso, per cui bisogna ben proteggersi, con spray antizanzare sulla pelle e coprendosi bene soprattutto all’alba e al tramonto.

Facciamo un’escursione notturna di poche centinaia di metri dentro la foresta pluviale e scopriamo una cosa stranissima: normalmente, camminando di notte in un bosco, un po’ di luce filtra dal cielo e si vedono almeno le sagome degli alberi. Nella foresta pluviale invece la vegetazione è così fitta che copre completamente il cielo e qualsiasi  forma di luce. Se si spegne la pila non si riesce nemmeno a fare un passo, è come essere dentro una stanza buia ed ermeticamente chiusa. Una situazione angosciante.

Oggi abbiamo noleggiato una moto e fatto un lungo giro di 130 km verso Muang Sing per vedere i villaggi dell’etnia Akka, situati nella foresta. Le case sono costruite su palafitte per evitare gli allagamenti durante la stagione delle piogge e i tetti sono in lamiera o paglia mentre le pareti sono fatte di legno o con foglie di palma intrecciate. I fuochi all’aperto servono a riscaldare pentoloni di misere brodaglie e i vestiti stesi sono gli unici colori vivaci del villaggio. La povertà di questi posti è a livelli africani. Nel tragitto ci prendiamo un bell’acquazzone, che in mezzo ai raggi di sole, rende il paesaggio ancora più affascinante. 

Nel nostro giro arriviamo in un gruppo di case dove ci sono bambini nudi che corrono tra i sentieri di terra rossa, uno è seduto nel fango con una ciotola di cibo, è molto piccolo ma già capace di fare palline del riso e portarsele alla bocca. Una donna si avvicina e denudandosi mi mostra una grande ferita infetta sulla schiena, mi chiede dei medicinali che purtroppo non ho. Poco lontano gli uomini del villaggio ci invitano continuamente a comprare dell’oppio.

La regione dove si incontrano Laos, Thailandia e Birmania è il famigerato "Triangolo d’Oro", la seconda area asiatica per la produzione dell’oppio dopo la "Mezzaluna Crescente" tra Afganistan e Pakistan. Il commercio di questa sostanza divenne particolarmente remunerativo tra gli anni sessanta e settanta quando gli americani s'intromisero in questo lucroso mercato, ampliandone gli sbocchi su scala mondiale. L'oppio divenne per la CIA il mezzo per finanziare le operazioni di guerra in Indocina. Negli ultimi anni il governo del Laos, pur contrastandone la produzione, non l’ha mai vietata in modo decisivo perché è sostanzialmente l’unica fonte di sostentamento dei contadini della zona. 

Tornando verso casa lo sguardo resta su quelle fitte montagne e sulla vegetazione che le fa sembrare come di spugna. Arriviamo in paese che ci sono già le prime luci della sera e subito dopo inizia una  pioggia torrenziale, chissà se quei tetti di paglia riusciranno a tenere tanta pioggia.
Donne Akka nella foresta pluviale
Le case sono costruite su palafitte 
Un villaggio nella foresta lungo la strada per Muang Sing
Ci si lava al fiume o alla fontana del villaggio

martedì 2 ottobre 2012

Laos: monsone e sorrisi

[Laos]  Un’ultima incomprensione prima di entrare in Laos: lo sleeping bus da Kunming doveva arrivare alle 5 della mattina, ma all’una di notte siamo già alla stazione dei bus di Janghong e diluvia. Mentre chiediamo all’albergo della stazione informazioni su una camera (tutte le stazioni dei bus in Cina hanno un albergo decente) vediamo scendere dalle scale due ragazze con vestiti succinti che tutto sembravano meno che delle viaggiatrici. Torniamo in bus e chiediamo all’autista di rimanerci fino alla mattina, ci dice stranamente di sì...dormicchiamo tra un acquazzone e  l’atro. 

Lasciamo la Cina dove ho visto cose bellissime, mi porterò sempre dentro il ricordo di Kashgar, Labrang, Litiang, dei deserti e perché no dei simpaticissimi panda. A volte ho fatto fatica a mettermi in relazione con i cinesi, non ho di certo la pazienza di Ruggero e quando mi guardavano con quello sguardo oltre l’infinito, dentro di me era una lotta per non mandarli a quel paese.

Passaggio dell’ottavo confine: Laos
Man mano che ci avviciniamo al confine e si scende di quota, dai 2.000 ai 1.000 metri, anche il paesaggio cambia presentando una vegetazione sempre più fitta e selvaggia. Questo confine assomiglia molto a quello tra il Tibet e il Nepal, si scende parecchio di quota e di colpo cambia tutto, aumentano piogge e vegetazione, e dal freddo secco si passa al caldo umido tropicale. I controlli alle frontiere sono stati veloci. Abbiamo fatto il visto compilando gli infiniti moduli e pagando 37 dollari a testa, anche qui vogliono solo questa moneta. Man mano che si va avanti gli alberi diventano sempre più grandi, alcuni escono scomposti da masse di verde, qualche liana qua e là e bassi arbusti dalle larghe foglie creano un disegno in quella che è la foresta pluviale. Il cielo continua ad essere coperto ma lo spirito si allarga a nuovi orizzonti.

Siamo arrivati a Luang Namtha, piccolo paese di frontiera, dove si respira un’aria ben più tranquilla rispetto alla confusione cinese. Siamo 60 chilometri dal confine ed è strano come cambino i volti e gli atteggiamenti delle persone, qui ti parlano sempre guardandoti negli occhi e con il sorriso aperto.
 La porta di confine tra Cina e Laos
La foresta pluviale a nord del Laos

lunedì 1 ottobre 2012

Un saluto alla Cina

Prima di tutto ringraziamo Elvis, questo blog è tra quelli vietati in Cina e lui lo ha aggiornato quotidianamente dall'Italia.

Dopo 21 giorni e 7200 km salutiamo la Cina per entrare in Laos. Ringraziamo i cinesi per la loro disponibilità e gentilezza, anche se ci sono stati talvolta dei malintesi, dovuti principalmente alle difficoltà linguistiche. Siamo stati tutto sommato bene in questo paese, con le stazioni affollate, dove abbiamo imparato anche noi a superare la fila come loro,  con le immondizie che vengono abbandonate ovunque; imbarazzante quando il tipo che viaggia con te, per gentilezza prende le tue immondizie e le getta tranquillamente fuori dal finestrino. 

Ci siamo dovuti abituare ai loro scatarramenti e ai loro sputi per terra, a fare la cacca tutti insieme, ai bagni delle camere intasati perché ci buttavamo due piccoli pezzettini di carta igienica, mentre andrebbe sempre messa nel cestino a lato, anche se sporca; ci siamo abituati ai loro fantastici sleeping bus, puzzolenti di piedi; alle venti ore seduti sui loro lenti e puntuali treni con tutt’intorno una bella umanità, contenta che viaggiassimo insieme a loro; c’eravamo abituati a mangiare con i bastoncini, quelli di legno usa e getta. 

C’eravamo abituati pure alla mancanza della nutella (o qualcosa che ci assomigliasse), della marmellata, del pane, del caffè, del latte, che non si trovano neanche nei grandi supermercati, unico paese di quelli attraversati a non avere queste cose (il pane si trova solo nello Xinjang, dove la popolazione è mussulmana); persino lo zucchero è qualcosa che ti portano come reliquia, ogni tanto, e poco. Della Cina ci mancherà il dolcissimo latte di yak e le bottiglie di the al gelsomino che sostituiscono egregiamente la coca-cola.

Ma un’ombra rimane su tutto questo, e non riesco a liberarmene: i cinesi di razza Han hanno invaso il Tibet nel 1949 e nel corso dei decenni successivi hanno ucciso 1.200.000 tibetani, distrutto 6.254 monasteri tra maschili e femminili, annesso i 2/3 del Tibet alla Cina ed è tutt’ora in atto una forte campagna di colonizzazione. Tutto questo di fronte alla quasi indifferenza del resto del mondo. Dobbiamo far finta di niente? Devo guardar male i cinesi ogni volta che li vedo, boicottarli e non visitare il loro paese, oppure devo pensare che la colpa sia solo del governo e non di chi lo elegge? Forse è meglio far finta di niente, come i nostri governi dei paesi occidentali, perché la Cina è una potenza economica e il Tibet è niente.
Le incredibili file per prendersi un biglietto.





Ultimo sleeping bus prima di uscire dalla Cina.

Un saluto con...una zampetta di gallina!