martedì 2 luglio 2013

Hebron, la città dei Patriarchi e dell’Apartheid

Crediamo che ci siano ben poche città al mondo dove l’odio è così palpabile come ad Hebron, in Cisgiordania, dove un esercito di oltre 3000 soldati ogni giorno chiude strade, ferma gente e impone il coprifuoco ad una città di 200.000 abitanti in modo che 700 coloni ebrei possano girare tranquillamente per le vie.

Ma da dove nasce tutto questo odio? Siamo in pieno territorio palestinese, nel cuore della città più grande e popolosa, la città dei Patriarchi, dove sono sepolti Abramo e sua moglie Sara, Isacco loro figlio e sua moglie Rebecca, Giacobbe loro figlio e sua moglie Lia. Con oltre 6.000 anni di storia Hebron è una delle città più antiche continuativamente abitate dall’uomo.

I Patriarchi vi furono seppelliti 4.000 anni fa, Davide fu incoronato Re mille anni dopo ed Erode costruì il tempio 28 anni prima della nascita di Cristo. Dopo Erode, i Romani, poi i Bizantini, poi gli Islamici, poi i Crociati e in seguito la conquista di Saladino… In tempi più recenti c’è stato il Mandato britannico del 1917, durante il quale alcune famiglie di ebrei si insediarono nella città vecchia, vennero poi allontanate durante il controllo giordano dal 1950 al 1967, e fecero ritorno con l’occupazione israeliana seguita alla Guerra dei Sei giorni nel 1967.

Il fatto che la città racchiuda nel suo cuore le tombe dei Patriarchi ne fa la seconda città santa per gli Ebrei (dopo Gerusalemme), la quarta per i Mussulmani (dopo la Mecca, Medina e Gerusalemme) e un luogo sacro anche per i Cristiani, che tuttavia sono pressoché assenti dalla città. Siamo in una città in cui convergono, come a Gerusalemme, le tre grandi religioni e in cui, accanto all’apice del sacro, troviamo l’apice dell’odio e delle divisioni, anziché dell’amore e dell’unione, due opposti inconciliabili, come i poli di una calamita.

La sinagoga-moschea, in cui sono sepolti i Patriarchi ha due ingressi separati, uno per i mussulmani ed uno per gli ebrei. Sara, Isacco e Rebecca da una parte, Giacobbe e Lia dall’altra, mentre Abramo è nel mezzo, circondato da una grata che divide le due confessioni e gli ambienti fisici della sinagoga da quelli della moschea. L’aera intorno alla tomba è una delle più fortemente militarizzate.

E’ proprio per testimoniare l’importanza di questo luogo per gli ebrei che il rabbino Levinger, e altre trenta persone, fondarono nel 1970 alla periferia di Hebron la prima Colonia Israeliana nei Territori Palestinesi Occupati.  La collinetta di Kiriat Harba, su cui si insediarono, diventò quindi il primo insediamento israeliano in Palestina. Dieci anni dopo, la moglie del rabbino Levinger condusse un gruppo di 40 coloni nel cuore della Città Vecchia di Hebron: il vecchio ospedale di Beit Hadassah venne da loro occupato, dando vita alla prima colonia all’interno della Città Vecchia.

Da allora il numero di coloni è progressivamente aumentato, ora se ne trovano 700 sparsi in quattro nuclei collegati tra loro da alcune vie del suk arabo che è stato in parte chiuso per permettere a questi coloni, che si ritengono i veri padroni della città, di muoversi tranquillamente. Ognuno di questi coloni è protetto da quattro soldati.

La loro presenza è ingombrante e si impone attraverso le armi e la forza. I colono stessi sono armati  (mentre i palestinesi non possono avere le armi) e si divertono a sparare dall’alto delle loro case alle cisterne dell’acqua dei palestinesi. Ad aggravare ulteriormente la situazione concorre un evento tragico del 1994, quando un colono ebreo è entrato nella moschea uccidendo 29 palestinesi che stavano pregando sulla tomba di Abramo. Per paura di rappresaglie l’esercito israeliano cominciò allora ad adottare il “principio di separazione”, di cui oggi vediamo le conseguenze: intere parti della città sono state vietate ai palestinesi che sono stati costretti ad abbandonare le loro case e a chiudere i loro negozi.

Muovendosi per le vie della città vecchia si possono notare le reti poste in alto per evitare che il lancio di oggetti da parte dei coloni arrivino ai palestinesi che transitano nella zona sottostante. Un centinaio di check point limitano il passaggio dei palestinesi mentre noi occidentali possiamo passare tranquillamente, anche se nelle zone ebraiche si rischia di essere seguiti dai militari ed essere filmati come è successo a noi.

Hebron dista da Betlemme una ventina di chilometri, noi ci siamo andati con un taxi collettivo nel pomeriggio. La strada per arrivarci è già disseminata di colonie vecchie e nuove poste sulle colline circostanti, arrivati in città ci si trova immersi in un ambiente decisamente surreale. Non è pericoloso muoversi nel suk arabo o nel quartiere ebraico, ma la pesantezza della situazione è tale che non si vede l’ora di andarsene.

Chiunque può farsi un’idea di quello che succede ad Hebron guardando il film-documentario pluri-premiato “This is my land, Hebron” del 2011. 

Il film si può vedere anche on-line all’indirizzo:   http://vimeo.com/64305604

 Reti sopra la testa proteggono i passanti dai lanci di oggetti da parte dei coloni che abitano nella zona alta della città 
Barriere lungo le vie
Un bambino ebreo torna a casa protetto dai soldati
Check point dentro la città
 Sui tetti delle case palestinesi taniche d'acqua forate dai coloni
...ancora barriere
 

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