domenica 24 febbraio 2013

Vipassana: il silenzio rivalutato

[Kho Pah-ngan - Thailandia]  Mi ero sempre chiesto, passando quotidianamente davanti all’Abbazia di Praglia, nel periodo della mia vita in cui ho lavorato presso il Centro Meteorologico di Teolo (PD), del senso di quella comunità benedettina che viveva in silenzio per buona parte della giornata. Vedevo la loro rinuncia alla parola come una forzatura, un ostacolo, soprattutto durante il lavoro quotidiano di restauro dei libri, di produzione di miele e dei prodotti per l’erboristeria. Pensavo che, oltre alle varie restrizioni a cui erano sottoposti, a questi monaci venisse tolta pure la parola. Quasi una punizione o un inutile masochismo.

Non avevo capito che il silenzio è un’isola di serenità. Un luogo in cui si fatica ad entrare ed è difficile da sopportare all’inizio, con una tentazione continua di fuga e ritorno ad un rumore in cui non ci sia l’obbligo di essere noi stessi. Il silenzio permette anche di vedere l’altro, lasciarlo esistere altro da noi, perché l’”io” della parola si proietta sempre in avanti e funge da schermo nell’autentica visione di chi ti sta davanti. Il silenzio è un segno di umiltà.

Durante il corso di meditazione il silenzio mi permetteva di non dire buonanotte o buongiorno al mio compagno di stanza, di uscire senza salutare, di mangiare senza dover interagire con quello che mi stava davanti. Queste cose, che nel mondo normale sono segno di maleducazione, lì si trasformano in rispetto. Abbiamo firmato su questo: non si legge, non si scrive, non si parla, non si ascolta musica, non si usa il telefono, non si fotografa, non si comunica in nessun modo, nemmeno con gli sguardi, non si fuma, non si uccidono gli animali, nemmeno le zanzare. Se si ha bisogno di qualcosa lo si scrive i un bigliettino alla fine delle meditazioni e lo si consegna agli assistenti, che risponderanno sempre per iscritto.

Tutte queste restrizioni, che inizialmente ti soffocano, con il passare dei giorni diventano una liberazione. Niente ti disturba. Riesci persino a percepire il rumore dei pensieri, come se dell’aria fresca entrasse nelle stanze della mente. Ti dicono che i pensieri non vanno mai forzati: non si cercano, ma se arrivano si lasciano entrare e poi si permette che gentilmente escano, senza trattenerli, per non farli crescere e diventare pesanti. La concentrazione sul respiro, nella posizione seduta ed in piedi, e il contatto dei piedi con  il terreno, nella meditazione camminata, ti aiutano a non distrarti. Quando la mente si perde si cerca di tornare gentilmente sul respiro, percependo l’aria esattamente nel punto in cui tocca le narici: dentro e fuori, dentro e fuori…

Tante volte durante la meditazione mi sono piacevolmente perso nell’ascoltare il rumore della pioggia, del vento, delle foglie che cadono e il canto degli uccelli, così diversi da quelli che conosco: uno sembrava suonasse la tromba ed un altro emetteva un suono simile al nitrito dei cavalli, tanto che all’inizio pensavo ci fossero proprio degli stalloni liberi nelle vicinanze. Il suono severo e gentile della campana, che annunciava la sveglia alle quattro del mattino, era l’unico rumore forte della giornata e le sagome umane cominciavano a salire la collina al ritmo dei rintocchi con le pile puntate ad evitare i temuti serpenti.

Ogni giorno, nel silenzio, si faceva anche la “working meditation”: chi pelava le patate, chi scopava i sentieri, chi raccoglieva le foglie, chi puliva la cucina, chi lavava i piatti, chi puliva i cessi. Io dovevo pulire il cortile antistante la sala di meditazione e Paola doveva lavare le pentole dopo i pasti. Uomini e donne separati, ogni tanto io e Paola ci vedevamo durante le meditazioni o i pasti ma niente saluti, niente sorrisi o sguardi, pena l’espulsione. Una coppia è stata mandata via per questo.

In dotazione ognuno di noi aveva un bicchiere, un piatto, una forchetta e un cucchiaio, che si dovevano lavare alla fine di ogni pasto facendo una coda a volte molto lunga. Qualche “furbo” saltava sempre la fila e andava direttamente a lavare i piatti sul lavandino. Abbiamo saputo alla fine che questi “salta fila” erano stati incaricati dagli assistenti per mettere alla prova la nostra "compassione". L’unico tempo libero erano i 40 minuti dopo i pasti durante i quali potevi lavare la tua biancheria e pulire la tua cella, tutto avvolto sempre nel Nobile Silenzio.

Tre modi vi sono di silenzio.
Il primo è di parole, il secondo di desideri, e il terzo di pensieri.
Il primo è perfetto, più perfetto è il secondo, e perfettissimo il terzo.
Nel primo, di parole, si raggiunge la virtù.
Nel secondo, di desideri, si ottiene la quiete.
Nel terzo, di pensieri, il raccoglimento interiore.
Non parlando, non desiderando e non pensando,
si arriva al vero silenzio interiore,
Ia più perfetta e alta
sapienza.
Miguel de Molinos (1628-1696), mistico spagnolo


L'indicazione per il tempio buddista e il monastero
Foto di gruppo finale: seduti sono Steve Rosemary e al centro la monaca superiore Mae Chee Ah Mohn Pahn
Il bosco di alberi da cocco dove facevamo la meditazione camminata

2 commenti:

  1. aspettavo, aspettavo il racconto di questo viaggio, o meglio "dell'altro viaggio", quello del silenzio, quello interiore.
    ci sono le prime impressioni e poi ci saranno le altre, quelle che arriveranno senza che ce ne accorgiamo, quelle che si muovono e ci muovono.. a nostra insaputa, dentro di noi. noi possiamo metterci dei semi... ed è una cosa davvero bella e un'immagine ancora più bella. noi, la nostra terra.
    vi aspettavo.

    ciao Paola! ciao Ruggero!

    wow! che bel viaggio... tutto!! da quando è iniziato..

    susanna

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  2. sai scrivere sempre cose belle
    anche Steve e Rosemary hanno parlato di semi piantati e ci hanno augurato di saperli coltivare...
    è un bell'impegno...
    il tramonto che abbiamo messo per l'ultimo post è di qualche minuto fa...
    te lo dedichiamo

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