venerdì 12 ottobre 2012

I delfini del Mekong

[Laos]  Nel sud del Laos fa ancora più caldo, ieri sera grondavamo di sudore mentre guardavamo il placido e lento scorrere dell’acqua e piccoli motori spingere sagome di barche verso la notte. Il silenzio veniva interrotto dalla musica diffusa da qualche locale dove si concentrano i pochi turisti dell’sola, l’alta stagione inizia solo a novembre, quando finiscono le piogge e il sole è garantito ogni giorno. Per noi, poco avvezzi all’alcool, l’unico posto notturno dove stiamo volentieri è la nostra camera.

Stamane mentre facevamo colazione confrontavamo il colore marrone del Mekong, dovuto al fango trasportato dalle piogge torrenziali, con quello dell’acqua nel bagno della nostra camera: identico. In pratica, l’acqua del fiume viene immessa direttamente nell’acquedotto senza nessun filtraggio. E’ come se avessimo fatto il bagno nel fiume e solo poche ore prima, vedendo dei turisti tornare bagnati da una spiaggia dell’isola, ci eravamo detti che bisogna essere pazzi a bagnarsi in quest’acqua così sporca. 

Dopo un breve giro traghettiamo nuovamente, sempre con la nostra fedele moto Honda, e andiamo una ventina di chilometri più a sud per vedere le Khon Phapheng Falls, soprannominate le “Niagara dell’Est”, impetuose cascate larghe più di un chilometro che il fiume genera superando alcune rapide. Il posto è bello e molto gettonato dai turisti thailandesi che arrivano a gruppi dal vicino confine. Una delle sorprese di tutto questo viaggio da Venezia è stato il notevole incremento che ha avuto negli ultimi tempi il turismo locale, fino a pochi anni fa inesistente. Una volta i  turisti erano gli occidentali, o i giapponesi, ma ora si perdono tra i turchi, gli iraniani, i cinesi, i thailandesi, ecc., persone che si muovono all’interno del loro stesso stato o al massimo in quelli vicini. Chissà se è già il risultato della notevole crescita economica orientale degli ultimi anni.

Con l’ennesimo traghetto andiamo a dormire nelle piccole isole dei mangiatori di loto, Don Det e Don Khon, le più famose dell’arcipelago, collegate tra loro da un ponte. Sono considerate il paradiso dei viaggiatori e negli ultimi decenni hanno avuto un boom turistico per l’arrivo in massa dei backpackers, i turisti “zaino in spalla”. Sono lontane da qualsiasi città ma vi si può trovare di tutto, spiagge, cascate, guest house, massaggi, buon cibo e anche tante escursioni da fare in bicicletta, in canoa o a cavallo. Nei loro bar, con un piccolo supplemento, si può ordinare la versione “happy” (corretta alla marijuana) di qualsiasi cibo o bevanda e poi andare nelle spiagge orlate di palme a cullasi con il dondolio di un’amaca, godendosi indimenticabili tramonti.

Nel periodo del colonialismo francese le isole rappresentavano un tratto importante della rotta commerciale tra Saigon e il Laos. Per superare le rapide e le cascate lungo il Mekong, i francesi costruirono una ferrovia a scartamento ridotto che attraversava entrambe le isole, da un capo all’altro, collegandole con un bel ponte ad arco. Piccole locomotive trasportavano le merci tra un’isola e l’altra, ma il sogno francese di fare del Mekong una vera e propria autostrada per la Cina non riuscì mai a concretizzarsi. Oggi di quest’opera non restano che il ponte e qualche locomotiva in bella mostra, ma nessun treno è più passato da qui dopo la seconda guerra mondiale e gran parte dei binari è stata nel frattempo rimossa.

Un salto in Cambogia per vedere i delfini
Tra la punta meridionale dell’isola di Don Khon e la sponda cambogiana del Mekong è possibile vedere i delfini d’acqua dolce, gli Irrawaddy dolphin. Negli anni sessanta se ne contavano più di mille esemplari, successivamente  tra i soldati khmer che li hanno uccisi per usarne il grasso nelle loro armi, l’inquinamento delle acque e il fatto che finiscono spesso soffocati nelle reti dei pescatori, si sono ridotti a poco più di cento. Verso le 16 usciamo con la canoa per vederli, insieme ad altri due turisti francesi. Ci fermiamo in mezzo al fiume in religioso silenzio per più di mezz’ora, finché all’improvviso cominciano ad emergere dall’acqua con il loro mantello azzurro-grigio, senza avvicinarsi mai troppo a noi. Paghiamo una tassa di 20.000 kip (2 euro) ai soldati cambogiani per essere sconfinati nelle loro acque territoriali e prendiamo la via del ritorno, mentre il sole sta poeticamente tramontando sul fiume e regala al paesaggio colori da cartolina.

Khon Phapheng Falls, le grandi cascate lungo il Mekong
Traghettiamo il fiume più volte...con la nostra Honda
Il nostro compagno di viaggio, lo sticky rice

1 commento:

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