giovedì 21 marzo 2013

A Kuala Lumpur tra grattacieli e foulard

[Malesia]  Arriviamo a Kuala Lumpur alle cinque di mattina, in perfetto orario con un bus notturno dalle isole Perhentian. Ci sistemiamo sulle sedie della stazione con l’idea di muoverci verso le sette, appena fa luce. Andare in cerca di una camera a quest’ora non ha senso, ammesso che si trovi qualcuno alla reception, che non sia il guardiano notturno, si rischia di essere trattati male o, nel migliore dei casi, di sentirsi dire di ripassare più tardi. Questo tempo d’attesa poi ci serve per leggere la guida, non sappiamo ancora niente della città, dove sono gli alberghi più economici e come arrivarci.

A 500 metri dalla stazione degli autobus prendiamo un trenino locale che porta direttamente in centro, vicino a China Town, dove gli alberghi costano meno. Quelli economici sono decisamente pessimi, con finestre inesistenti o rivolte all’interno, odore di muffa e bagni impossibili; come spesso accade le sistemazioni delle città sono peggiori di quelle dei piccoli paesi. Dopo averne viste una decina ci rassegniamo ad aumentare il nostro budget e prendiamo una bella camera con vista al sesto piano del Nan Yeang Hotel, per 80 ringgit (20 euro) a notte.

La capitale della Malesia è un’enorme città di due milioni di abitanti, anche se è nata solo nel 1857, quando 87 cinesi si stabilirono all’incrocio di due fiumi (Kuala Lumpur significa infatti: “confluenza fangosa”) per cercare lo stagno. Un mese più tardi solo 17 erano sopravvissuti alla malaria e alle altre malattie tropicali, ma lo stagno trovato fu così tanto che altri cercatori arrivarono in massa. La Malesia è tuttora il maggiore produttore al mondo di questo metallo.

La metamorfosi di Kuala Lumpur da piccolo insediamento nella giungla a scintillante metropoli del XXI secolo sembrerebbe indicare una pari apertura verso i diritti civili dei propri cittadini, ma basta abbassare lo sguardo rispetto agli enormi grattacieli per vedere che le donne si dividono in due categorie: quelle che possono girare tranquillamente con grandi scollature e minigonna, e quelle che dovranno coprirsi per tutta la vita fino alle caviglie, senza possibilità di scelta.

La situazione politica della Malesia è particolare perché il potere economico è in mano ai cinesi che però sono solo il 30% della popolazione, mentre il potere politico è appannaggio della maggioranza mussulmana che impone leggi sulla base della sharia. Queste leggi valgono soprattutto per i mussulmani, creando di fatto delle differenze sociali molto evidenti, come il divieto ben esposto nei supermercati di vendere alcolici ai mussulmani, mentre gli altri possono tranquillamente ubriacarsi per strada, e l’obbligo del foulard solo per le donne di religione islamica. In alcune regioni del nord possono essere addirittura multate se non lo portano. Questa situazione è forse peggiore a quella dell’Iran, dove almeno non si fanno differenze: tutte le donne devono coprirsi i capelli, anche le straniere, e tutti gli uomini devono avere i pantaloni lunghi.

Ma non basta, entriamo al Mc Donald per un gelato, l’unico posto economico dove si trovano sfusi, e un cartello dice: “Si certifica che tutti i prodotti di questo esercizio sono Halal, come prescritto dal Dipartimenti Islamico per lo Sviluppo della Malesia”. Mi preoccupo, cosa stiamo mangiando? Scopriamo che Halal, che letteralmente indica “ciò che è permesso, in questo caso è un metodo di macellazione della carne guidato dai precetti della religione islamica. Tutti gli animali, escluso il maiale che è considerato impuro, devono essere uccisi seguendo un rituale ben preciso.

L’animale deve essere rivolto verso La Mecca, quindi deve essere invocato il nome di Allah pronunciando una formula religiosa. Infine viene inflitto un colpo mortale alla giugulare con un coltello affilato, in modo da risparmiare all’animale inutili sofferenze. Gola, trachea e giugulare vanno recise senza tranciare il midollo spinale poiché un taglio prematuro di esso provoca un arresto cardiaco e il conseguente ristagno del sangue nelle vene. Invece seguendo il metodo halal tutto il sangue viene fatto defluire e solo in seguito la testa viene separata dal corpo.  

A proposito di curiosità mussulmane: in Malesia non abbiamo mai visto dei cani. Il motivo principale è dovuto al fatto che questo animale viene considerato impuro soprattutto dai mussulmani più integralisti, i quali pensano che adottandone uno, si vien “presi” dal diavolo. Il contatto con l’animale impuro pone il mussulmano nella condizione di najasat, uno stato di imperfezione che gli impedisce di accedere agli atti rituali finché non si sia purificato attraverso delle particolari abluzioni.

Che palla oggi...giuro, domani parleremo solo cose belle!

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