lunedì 12 novembre 2012

Cremazioni a Varanasi

Sono già morto minerale e diventato pianta
Son morto pianta e mi sono elevato ad animale
Son morto animale e ora, eccomi uomo.
Perché aver paura?
Quando mai sono diventato di meno
Morendo?

Rumi, poeta sufi

A Varanasi ci sono una trentina di ghat, scalinate che scendono al Gange, ma solo due vengono usati per bruciare i morti: quello più importante di Manikarnika e quello di Harischandra dove c’è anche un crematorio elettrico per i più poveri. Sono a tutti gli effetti dei luoghi di culto dove i riti delle cremazioni avvengono a ritmo continuo, giorno e notte. Si distinguono dagli altri ghat per l'atmosfera cupa, piena di fuochi e di cenere, con intorno cataste enormi di legna da ardere che, uomini con un gonnellino e maglia ridotta a pezzi, trasportano sulle loro spalle fino al luogo dove viene creata la pira.

La vita scorre normale anche in questo posto infernale, negli scalini che scendono al fiume mi colpiscono le decine e decine di uomini che si ritrovano qui per fare le loro chiacchiere giornaliere con un chay tra le mani o per giocare a carte, mentre il mio sguardo si ferma sulle pire, il loro va altrove. Per l’induista il corpo è solo un involucro, che trasporta l’anima da una rincarnazione all’altra e una volta compiuto il suo viaggio non serve più, viene dissolto nel fuoco e consegnato all’acqua in un processo di rigenerazione. Il funerale non è della persona ma del suo corpo, una materia ormai inutile, senza alcun valore di cui è necessario e facile sbarazzarsi. Noi occidentali ci identifichiamo invece con il nostro corpo ed è impossibile staccarcene, non riusciamo come gli indù a vederlo come strumento che, una volta usato, è da buttar via senza rimpianti. Per noi la morte è sempre una sconfitta, qualcosa contro cui dobbiamo combattere con ogni mezzo.     

Anche il corteo che porta il defunto al ghat non è triste, avanza a passo di marcia con il ritmo scandito dal grido di alcuni che ripetono Ram Nama Satya Hey!, che vuol dire "Il nome di Dio è verità", mentre il coro risponde Satya Hey, Satya Hey, cioè "Verità, verità". Si snoda attraverso le vie della città con una barella fatta di bambù su cui è posto il cadavere ricoperto con lenzuola molto colorate, mentre i familiari maschi si distinguono perché sono vestiti con tuniche bianche. Non ci sono donne, non sono ammesse al funerale. Nessuno si lamenta, nessuno si dispera. Nessuno mai piange, la morte è un fatto contro cui nessuno sembra ribellarsi.

Inizialmente il corpo viene avvicinato al fiume e immerso nelle sacre acque del Gange per l’espiazione e la purificazione dei peccati, poi viene sistemato sulla pira e coperto con delle piccole fascine di paglia. Chi accenderà il fuoco è il figlio maschio maggiore del defunto, come vuole la tradizione: dopo essersi rasato la testa, compie sette giri attorno alla pira stringendo in mano un mazzo di erba kusha, che viene accesa con una fiamma tratta dal fuoco sacro, versa l’acqua del fiume nella bocca del morto e poi dà fuoco al corpo partendo dalla testa. Quando si allontana entrano in scena i “dom”, gli addetti alle cremazioni e detentori del monopolio in questo lucroso business, i quali sistemano altre torce alla base della pira che nell’arco di qualche minuto sarà tutta avvolta dalle fiamme. Il momento più importante è il Kapal Krya, quando il cranio si apre per effetto del calore e l’anima liberata dal corpo può salire in cielo verso gli dei. Qualora ciò non accadesse spetterebbe a un “dom” rompere il cranio con un colpo di bastone sulla fronte all’altezza del terzo occhio.

Questo “andare in fumo” mi fa paura, a differenza di Ruggero non riesco a guardare i cadaveri scuri su cui risaltano gli occhi bianchi, sbarrati e i custodi del fuoco che manipolano i corpi ributtando in mezzo alle braci gli arti carbonizzati caduti a terra. Arrivo da una cultura che vede il defunto nel suo corpo e fa di quel corpo l’oggetto del dolore. Quando poi penso al mio l’identificazione è ancora più grande.

Il legno per le pire viene venduto a chilo e messo su delle grandi bilance per stabilirne il prezzo. Utilizzare la giusta quantità di legna è un po' un'arte e una saggezza. Il legno usato dovrebbe essere quello di sandalo ma è molto costoso, quindi è facile che si usi il legno di mango con qualche manciata di polvere di sandalo che ha un profumo migliore. I negozi sopra i ghat, nel labirinto di vicoli oscuri e angusti, sono specializzati nella vendita di questa polvere, bastoncini d’incenso e tutto quello che serve nella cerimonia.

Chiediamo informazioni ad un ragazzo che ci accompagna al secondo piano di una cadente struttura in cemento, per osservare dall’alto il campo di cremazione. Ci dice che i “dom” appartengono alla casta degli intoccabili la cui professione, legata ai riti funebri, si tramanda di padre in figlio, sono loro i veri padroni di tutto questo luogo dantesco, che diventa impressionante soprattutto la sera, quando le fiamme hanno la meglio sul grigio del fumo e della cenere sparsa ovunque. Continua a parlare dicendoci che In questo ghat avvengono dalle 100 alle 300 cremazioni al giorno, ognuna dura circa tre ore e vengono  generalmente usati dai 5 ai 13 quintali di legna venduta a 100 rupie (1,4 €) al quintale, ma i prezzi sono molto variabili. A questo costo si aggiunge quello del fuoco sacro, una fiamma sempre accesa usata per incendiare le pire, che si aggira tra le 1200 e le 2500 rupie (18 – 36 €). Di questi soldi solo una minima parte rimane in tasca ai dom, il resto finisce nelle casse del “Re dei dom”, un ricchissimo personaggio che gestisce tutto questo inferno e vive nel palazzo con i leoni affacciato sul Gange, più a monte, verso l’Assi Ghat.

Il fuoco purifica, ma non tutti gli indù vengono bruciati: i guru ed i santi che hanno raggiunto in terra la liberazione vengono gettati direttamente nel fiume, con una pietra legata ai piedi, perché le loro anime sono già uscite dal ciclo delle reincarnazioni, lo stesso avviene per i bambini, le donne incinte e gli animali sacri, come il serpente e le vacche.

Il defunto viene portato al ghat attraverso le vie della città
 L'inferno dantesco sul ghat delle cremazioni
Le due alte ciminiere dei forni elettrici dove vengono cremati i poveri

3 commenti:

  1. Mi chiedo anche il senso di sottoporsi a certi spettacoli...
    valeria

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    1. Cara valeria, non ci sottoponiamo volontariamente, ci passiamo davanti tutti i giorni e li vediamo pure dalla finestra della guesthouse..penso anche che qualche folata di fumo arrivi alla nostra camera, ma è sempre più sana della puzza delle immondizie piene di plastica che bruciano ovunque...qui viviamo nel medio evo... i dentisti tolgono i denti sui marciapiedi davanti ad un traffico infernale e si puliscono le mani nelle fogne che scorrono ai lati delle strade...dopo un po' non fai più caso ai morti e ai topi...almeno io, Paola ha ancora qualche riserva (oggi, in farmacia, un topo camminava tranquillamente sopra il bancone andando su e giù per le scatole di medicine)...

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  2. buongiorno!

    non conosco Valeria. scrivo perchè sento, perchè anch'io quando vado in India o quando sono stata in Nepal sono andata a vedere le cremazioni. Ogni volta ho assistito. Ogni volta che c'era occasione. e se l'occasione non c'era, a volte, l'ho cercata.
    Non è per non rispetto, per non rispettare quanto sta accadendo. Per il defunto, per i suoi familiari.
    Non è nemmeno curiosità, curiosità allo stato puro.
    So di intromettermi in un momento forte altrui, ma essendo tutto "alla luce del sole", essendo aperto a chi vuole, "entro"

    è un atto egoistico, sicuramente lo faccio per me.
    ma "dove vado" quando sono lì, davanti, a quei corpi che bruciano.. è un'esperienza verso la vita, il suo senso, il mio senso, il non senso, la paura, la morte, l'attaccamento, e le domande, le tante domande che affiorano più passano i minuti.

    Non è vietato guardare.. Non si fanno forzature. Non ci si nasconde per guardare. Si può.

    E poi, in queste cose - come del resto in altre, in India per esempio, ma anche in altri Stati d'oriente - ci si confronta
    il mondo occidentale - noi, io -
    il mondo orientale - loro -

    e si cerca (cerco) di capire, vivere, imparare, accettare.. la vita, la malattia, la morte.

    quanto ho appena scritto è solo una parte di quello che mi accade, che mi è accaduta.

    Valeria ha ragione, io da occidentale, ho molte probabilità di pensare che non vorrei che persone estranee alla mia famiglia guardassero quanto sta accadendo..

    ma lì è Oriente, e i pensieri, i modi di essere, vedere, sentire sono diversi..

    lì, è solo corpo. ed è solo una parte. loro vedono altro (cose che io non vedo).

    Susanna

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