domenica 6 gennaio 2013

Dharavi, lo slum di “The Millionaire” da un milione di abitanti


[India]  Mumbai, l’ex Bombay, la città più ricca dell’India ha anche il primato delle baraccopoli. Una delle più famose è Dharavi, lo slum a pochi chilometri dal centro, brulicante di un milione di anime, dove in 30 metri quadrati possono vivere anche 15 persone e un numero imprecisato di topi.

Dharavi è normalmente conosciuto come “il più grande slum dell’Asia” o “la più grande baraccopoli del mondo”, ma non è vero. Il barrio Neza Chalco-Itza di Città del Messico ha il quadruplo degli abitanti e la Township Orangi a Karachi, in Pakistan, lo ha ormai superato in estensione. Anche nella stessa Mumbai, che conta ormai 12 milioni di abitanti, si sono ultimamente sviluppati degli slums che si contendono il primato per dimensioni e squallore.

Tuttavia Dharavi rimane unica tra le baraccopoli perché è praticamente nel cuore della città, perché si estende su soli 1,7 kmq, ma soprattutto perché è economicamente autonoma, con 5.000 grandi imprese commerciali e oltre 15.000 a conduzione familiare. Attività che spesso si svolgono dentro le abitazioni stesse, talvolta sul marciapiede o sul tetto.
Per arrivarci abbiamo preso il treno locale, una sorta di metropolitana che risale tutta la città, fermandoci a Mahim, dopo solo mezz’ora di viaggio. La fermata si annuncia con un ultimo tratto di ferrovia pieno di baracche, panni stesi ad asciugare e bambini che giocano a cricket sui binari. Una volta usciti dalla stazione, siamo saliti sul ponte pedonale rialzato qualche centinaio di metri più avanti ed eravamo già dentro la baraccopoli. Dall’alto, prima di scendere nei vicoli pieni di immondizia e liquami, la vista si perde sulla distesa di tetti in lamiera e teloni di plastica neri, con una grande scritta che campeggia ironica su una delle prime baracche: “Welcome”.

Le strade brulicano di carretti che trasportano merci e di persone che invece le portano sulla testa per riuscire a passare tra le strette vie. Siamo nel quartiere più attivo, quello del riciclo. Buona parte dei rifiuti di Mumbai finiscono qui per essere lavorati e divisi: carta, plastica, metallo e fili elettrici bruciati lungo la via per eliminare la plastica che li avvolge. Tutti i liquidi che vengnono prodotti dalle varie attività si riversano sulle vie, perché Dharavi è privo di fogne. Il 90% delle case è abusivo e molte sono senz’acqua, tanto che le donne devono percorrere anche centinaia di metri per andarla a prendere, in poche ci sono i servizi igienici e c’è un gabinetto pubblico ogni 1700 abitanti circa, così molti la fanno all’aperto, con alcune vie in cui c’è un forte odore di urina e piene di feci umane ai lati.

Prima della fine del XIX° secolo Dharavi era un’isola di mangrovie e paludi, abitata dai pescatori Koli che dovettero smettere la loro attività quando fu creata una diga più a nord che prosciugò la zona. Col tempo cominciarono ad arrivare i migranti dalle varie aree dell’India carichi della loro esperienza: i vasai dal Gujarat, i conciatori dal Tamil Nadu e i ricamatori dall’Uttar Pradesh. Un brulicare di attività che ha reso questa baraccopoli economicamente autonoma e con un giro d’affari importante per l’economia di Mumbai. Tutti qui fanno qualcosa, a parte i bambini che giocano tra le montagne di rifiuti da riciclare. Un tessitore ha voluto che visitassimo la sua baracca piena di telai, mentre sua moglie stava cucinando il ciapati sul marciapiede, e un sarto insisteva per farci un vestito con poche rupie. Tutti orgogliosi del loro business.

Ci sono stati vari progetti governativi, anche con la collaborazione di famosi architetti, per cercare di riqualificare quest’area, ma poco è stato risolto. Alcuni grattacieli, costruiti per spostare gli abitanti di Dharavi, sono visti con scetticismo. La gente non vuole lascare il micro mondo fatto di convivenze strette e solidarietà: “Qui se ti ammali trovi sempre qualcuno che ti aiuta – dice un signore che parla bene inglese – mentre in quelle case saremmo soli”. Ma il problema è soprattutto un altro, nello slum  gli affitti costano poco e non ci sono i servizi da pagare, a parte l’energia elettrica che ormai è arrivata in quasi tutte le baracche. Mentre nei grattacieli, che loro chiamano “slum verticali”, avrebbero costi molto più alti e se l’acqua non dovesse arrivare, come succede in alcuni palazzi costruiti anni fa e lasciati senza manutenzione, bisognerebbe scendere un’infinità di scalini per andarla a prendere. Tutto sarebbe come prima.

Lasciamo dopo tre ore questo triste mondo fatto di persone sorridenti e piene di dignità, dove nessuno ci ha mai chiesto soldi o caramelle, dove i bambini fanno le comparse nei numerosi film e documentari girati tra queste vie, come il famoso “The Millionaire”, e poi tornano tranquillamente a giocare tra i rifiuti. La dignità della povertà è una lezione che non abbiamo ancora imparato, malgrado i tre mesi passati in India. 

Il benvenuto all'ingresso di Dhalavi
Lui ha fatto la fine del topo
Una delle vie principali
Si prepara il ciapati in mezzo ai bidoni 
Le vie sono strette e piene di piccole attività
La plastica è pronta per essere frantumata  

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