giovedì 17 gennaio 2013

Il coraggio di San Suu Kyi e la speranza dei Birmani

 [Birmania]  Secondo la propaganda del regime dittatoriale birmano la denominazione “Birmania”, pur rappresentando i due terzi della popolazione, i Bamar, discriminerebbe le minoranze. Così, dopo il colpo di stato del 1988, venne imposto il nome Myanmar, in teoria più neutro, ma inglesi e americani continuano a chiamarlo Burma, mentre l’Unione Europea usa entrambi i nomi.
 
Malgrado la concessione sul nome le diverse minoranze del paese sono spesso ai ferri corti con il regime, il quale usa ancora la violenza per sedare le rivolte. Per questo motivo i posti di confine più caldi non sono accessibili ai viaggiatori stranieri.

Nel 1990 si ebbero, per la prima volta dopo 30 anni, le elezioni libere, dove il NLD (Lega Nazionale per la Democrazia), il partito di San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace nel 1991, prese l’80% dei voti. Ma i militari non vollero cedere il governo del paese, mettendo agli arresti domiciliari il leader dell’opposizione, San Suu Kyi, e sedando le rivolte che seguirono con il sangue.

Nel 2007 provarono pure i monaci a ribellarsi alla situazione, in quella che fu chiamata rivoluzione zafferano, per il colore delle loro vesti. Anche in questo caso il governo reagì con la violenza, uccidendo 31 monaci. La condanna da parte di tutto il mondo fu unanime e vennero intensificate le restrizioni economiche da parte di molti paesi.

Nel 2010 si sono avute nuove elezioni, le prime dopo il 1990, questa volta il partito dei generali ha ottenuto l’77% dei voti, con votazioni truccate. Di fronte alle proteste da parte dell'opinione pubblica mondiale il governo ha allentato la pressione facendo concessioni mai viste prima, come la liberazione di San Suu Kyi e di 200 prigionieri politici, la diminuzione della censura alla libertà di stampa e dando la possibilità ai birmani di recarsi all’estero.

Sono in tantissimi i birmani che sperano di vedere il loro eroe nazionale, San Suu Kyi, diventare presidente alle prossime elezioni del 2016. Una donna che, come Gahndi, ha saputo portare avanti la lotta per la libertà e per la democrazia in modo non violento, finendo più volte in carcere, anche quando le fu offerto l'esilio, che lei rifiutò per rimanere vicino al suo popolo.

Figlia di uno dei principali esponenti politici birmani, ucciso dopo aver negoziato l’indipendenza della Birmania dal Regno Unito, San Suu Kyi  cominciò fin da giovane a girare il mondo con la madre, diventata ambasciatrice dopo la morte del marito. Frequentò le migliori scuole in Inghilterra e negli Stati Uniti dove iniziò a collaborare con le Nazioni Unite.

Nel 1988 fu costretta a tornare in Birmania a causa di una grave malattia che colpì la madre. Proprio in quel periodo il generale Saw Maung prese il potere che lei contrastò fondando la Lega Nazionale, gesto che le causò gli arresti domiciliari. Qualche anno dopo  le fu assegnato il Premio Nobel per la pace e utilizzò quei soldi per istituire un sistema sanitario e di istruzione a favore del popolo birmano. 

Il “caso” San Suu Kyi ha cominciato ad essere un argomento internazionale tanto che molti paesi hanno fatto grosse pressioni sul governo del Myanmar per la sua liberazione. Ora, dopo una serie di arresti e scarcerazioni, San Suu Kyi è finalmente libera e il suo popolo è nuovamente pronto a sognare.

News da Sarnath: Ai primi di gennaio il Dalai Lama è stato a Sarnath, dove ha dato pubblicamente cinque giorni di Insegnamenti nel parco sotto il grande stupa. Per la terza volta ha colto l’occasione di visitare la scuola del Progetto Alice esprimendo, con sempre più enfasi, l'importanza di questo tipo di educazione e invitando a continuare la ricerca sperimentale che coniughi le materie tradizionali con l'insegnamento di valori morali ed etici, al di là delle religioni di appartenenza.

Donna birmana con uno strato evidente di crema per proteggere la pelle.

Giovani monaci

Monache per le vie di Mandalay

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