sabato 8 settembre 2012

A passi di yak verso la Cina


[Khirghizistan]  Abbiamo trascorso la notte nella yurta con un pesante strato di coperte, cullati dal rumore della pioggia. Sopra di noi il grande tunduk, l’elemento di raccordo a ruota che sostiene il tetto, raffigurato anche sulla bandiera nazionale del Kirghizistan. Lasciamo la nostra yurta generosamente arredata con tessuti decorativi, arazzi, coperte, cuscini e un grande cofanetto finemente lavorato; sul pavimento sono stesi dei tappeti dai colori vivaci, sopra uno spesso strato di feltro che serve da isolante.

Stamane è uscito il sole sul lago Song-Kol e il panorama è decisamente più bello. Dopo colazione facciamo ancora un giro osservando la gente che, con i contenitori portati dal mulo, si avvicina alla sponda del lago per riempirli d’acqua. Salutiamo la dolce famiglia che ci ha ospitato e, saliti in macchina, riprendiamo la via del ritorno tra paesaggi che cambiano colore con la quota. Incontriamo diversi turisti in bici e davvero ho un po’ d’invidia di questo loro andare: il Kirghizistan è il paese migliore di tutta l’Asia centrale per gli amanti del trekking e per fare delle escursioni a cavallo, ma che meraviglia girarlo in bici! Superiamo il passo Kalmak-Ashuu, dove centinaia di yak camminano spostando il pesante mantello di pelo nero.

La cosa più sorprendente degli yak è la loro capacità di resistere alle altitudini elevate, tanto che una discesa al di sotto dei 3000 metri, non solo può pregiudicare il loro ciclo riproduttivo, ma anche esporli a parassiti e malattie. Con la loro lingua quadrata, e con il triplo dei globuli rossi di una normale mucca, riescono a cercare foraggio con temperature che spesso arrivano a – 40°. Possono raggiungere la tonnellata di peso, malgrado questo si muovono lungo i pendii della montagna con un’agilità impressionante. Dello yak viene usato tutto: la carne si mangia, dalla pelle si ricavano suole per stivali, il pelo viene usato  per realizzare tende e corde, mentre dal soffice contropelo interno si ottiene del feltro. Lo sterco essiccato è un ottimo combustibile.

In serata arriviamo alla fosca e polverosa  Naryn, l’ultimo avamposto kirghiso a 150 km dalla Cina, qui dobbiamo avere la conferma dall’agenzia locale che lunedì passiamo il confine. Prendiamo una suite per 20 € nel piu' grande albergo, l’unica con una specie di bagno in camera, e ci avventuriamo in cerca di cibo. Dei tre ristoranti della città, uno è chiuso e gli altri due sono riservati per feste di matrimonio. Finiamo in una balera dove si può mangiare, la musica è assordante e tra le canzoni ci sono anche quelle dei “Ricchi e Poveri”. Delle donne, già ubriache alle otto di sera, mi costringono a ballare, mentre Ruggero riesce a nascondersi. Naryn come tutte le altre città kirghize è davvero triste, edifici malridotti e brutti quartieri, ma la gente sembra felice a cominciare dai bambini che corrono per le strade giocando e ridendo.  
 Sul passo Kalmak-Ashuu a 3300 m,
i puntini neri sono tutti...

...yak

Campi fioriti sulla strada verso Naryn

Incidente di percorso...

Nessun commento:

Posta un commento